CREAZIONI - donna

Una seconda vita per dei copricuscini vintage: il vestito da campagnola fatto a mano

hem… cosa si dice dopo tre mesi di assenza?

Bho… ciao?

 

Non scrivo su questo blog da un’ottantina di giorni circa (non ci scrivo seriamente da moltissimo di più, a essere sinceri) ma mica perchè avevo perso le password, eh: perchè nc’avevo voglia.

Perchè… perchè mi sono felicemente riscoperta molto pigra, ultimamente.

 

Ad essere sinceri “felicemente” è una boiata: mi sono riscoperta pigra, nonostante un po’ di sensi di colpa per la poca produttività all’ora che stavo/sto dimostrando.

 

Comunque, qualcosina ho cucito, in questo periodo di relax. In particolare, mi sono affezionata a questo vestitino bianco, fatto riciclando dei copricuscini molto speciali.

 

La costruzione.

In primis, il materiale. Ho anticipato che questo vestito è fatto di copricuscini.

Me li ha regalati la mamma di M., il mio compagno. Facevano parte di vari set di lenzuola ricamati a mano: orli a giorno piccolissimi, trafori eleganti, un tessuto corposo, sostenuto.

 

Quando Rosa me li ha donati, ho avuto un po’ paura che li avrei rovinati. Erano pur sempre un ricordo -per giunta prezioso, vista la qualità del ricamo- di sua madre.

 

Ho pensato che avrei potuto valorizzare la stoffa conservando il più possibile intatto il lavoro: tagli minimi (davanti non ho nemmeno cucito delle pinces) e molto nordici, spalline a fascia in vita ricavate dagli orli, gonna arricciata dal rettangolo originale.

 

Devo dire che il risultato mi soddisfa: è essenziale e geometrico, fresco, estivo.

Che poi, un vestitino così io già l’avevo fatto. E continuo ad amarlo (anche se mi stava meglio quando pesavo SIX FUCKING KILOS di meno).

 

Il libro del giorno.

É “Cinquemila chilometri al secondo“, di Manuele Fior.

Recentemente sono andata al cinema, e a voi non frega niente saperlo ma seguitemi nel ragionamento, per cortesia.

Sono andata al cinema e ho guardato un film sulla seconda guerra mondiale. Per essere più precisi: un film che, partendo dal contesto di un evento della seconda guerra mondiale, parlava di un amore fittizio e mai consumato.

Io mi sono risentita: perchè una vicenda così interessante è stata raccontata così male, in modo così scialbo, annacquato, come se stessimo parlando di uno scambio di sguardi tra due pendolari sul treno delle 7:56 da Rovato?

A parte tutte le considerazioni sul marketing dell’industria del cinema, che deve infiocchettare con una storia d’amore improbabile anche l’evento più grande del XX secolo… Ad essere onesti, in qualche modo quel film improbabile poteva essere salvato.

O meglio: forse Manuele Fior avrebbe potuto salvarlo, se la stessa storia l’avesse raccontata lui.

 

Perchè è un autore che sa rendere interessante un triangolo banale (più banale di quello di Jules et Jim, pure reso immortale da una penna mirabile), che sa rendere intelleggibile una storia sghemba e lisergica come “Celestia“.

E forse non ve l’ho raccontato bene ma, di sicuro, vi ho conservato il pieacere di scoprirlo.

 

La canzone del giorno.

Per chi non lo sapesse: di lavoro, io faccio la bibliotecaria.

E questa era la prima reference.

 

La cosa più strettamente inerente è che, questa sera, guardavo una story della magnifica Tegamini (che abbraccio con molta forza). Francesca diceva “Tutto questo dolore ti sarà… UN CAZZO. Non è utile affatto.”

E, più o meno, lo dice anche questa canzone.

Ad un certo punto, il bridge butta lì anche:

It’s who you are, not what you bring

che mica lo so, se sia vero. Ma è consolante pensarlo.

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