CREAZIONI - donna

Di taglie sbagliate, colori che vanno di moda e di quanto sono buoni i ramen in brodo.

Torno sul blog dopo una vita e mezza: è quasi finita una pandemia, è iniziata una guerra (e neanche io mi sento benissimo, direbbe qualcuno).

 

Ma no: in realtà, io mi sento anche bene. Non ho cucito molto perché la vita mi ha distratto, direi.

Ho fatto cose, visto gente… Ho persino suonato e cantato in pubblico!

 

Ad una certa, però, uno sente il bisogno di tornare a casa. E, per me, stare accucciata sul pavimento per delle ore a disegnare, tagliare, assemblare… è decisamente casa: una coccola, un momento di sano selfishness.

La costruzione.

Comincio con un disclaimer: questo vestito non l’ho disegnato io. Viene dall’ultimo libro di Gertie, dedicato a vestiti elegantini in salsa retrò.

Il libro è stato, insieme all’ultimo di NameD, il bellissimo regalo di Natale dei genitori di M.

 

Gertie (che non ha bisogno di presentazioni, se uno non è nuovissimo del mondo del cucito e qui non lo siamo, vero?) è uno dei miei sewing-idols da sempre.

Ha uno stile pazzesco e ha saputo creare un piccolo impero grazie alla sua passione per il cucito e il vintage.

Inoltre, è cintura nera di rifiniture fatte bene: esattamente quello in cui io sono una pippa a pedali.

 

Comunque: ho cominciato a cucire questo vestito perché avrei voluto indossarlo per il sopraccitato concerto all’Edonè. Se non fosse che, come la peggiore delle principianti, non ho controllato la sizing-chart: mi sono fatta il modello nella taglia più piccola e via.

E qui cominciano le note dolentissime. Perché, sì, UNA VOLTA, magari, potevo pure avere quella taglia. Ma, appunto… UNA VOLTA: 4 kg fa.

 

Quindi, superate le crisi isteriche, ho disfatto l’abito per poi ricucirlo azzerando i margini (il cartamodello, per fortuna, li includeva di 1.5 cm), utilizzando una cerniera tubolare normale (non invisibile) e simulando una lapped zipper.

Devo ancora aggiungere dei bottoncini a pressione nella parte superiore della schiena, per terminare il tutto ma… Mi entra. Mi fa difetto, non posso certo ballarci la macarena MA MI ENTRA.

 

Per oggi, mi accontento.

Poi, magari, ci sarebbe anche da smettere di mangiare vagonate di mandorle, gelatini e di uscire a fare apertivi… Lo scrivo, così magari mi vergogno e mi rimetto in riga 🙂

 

[NDA: ho indossato questo vestito in pubblico solo una volta, per andare a sfondarmi di ramen con M, in un posto molto carino che aveva le pareti dello stesso identico pantone dell’abito].

 

Il libro del giorno.

Che a me le storie alla Black Mirror piacciano, a occhio, non è la prima volta che lo esplicito.

Amo le ucronie come amo le distopie: trovo che gli esercizi di immaginazione, quando hanno dei vincoli, siano più interessanti.

 

“Radicalized: quattro storie del futuro” di Cory Doctorow è un esemplare della categoria di cui sopra at its best.

Quattro racconti di vita quasi normale, di storie quasi possibili, tutte pervase da quel senso incombente di adesso qualcosa andrà storto, adesso le cose si sfasceranno.

 

Dall’intelligenza artificiale che ti autorizza a cuocere solo determinati e costosissimi cibi (vale la pena crackarla, aiutando poveri e vecchietti ma rischiando l’espulsione dallo Stato?), al Supereroe che si rende conto di essere stato un mezzo per mantenere uno status quo di ingiustizie (quando interviene per salvare un uomo di colore pestato dalla polizia tutti reagiscono con fastidio, in primis la vittima), i personaggi di Doctorow non possiedono una chiaroveggenza, non sono protetti da una Provvidenza superiore.

Rischiano, si arrabattano… Vogliono credere che ci sia un modo per vivere meglio, hanno bisogno di immaginare un mondo più giusto.

 

*

 

In questi giorni in cui ci troviamo tutti, nostro malgrado, ad osservare da fuori il dilagare dell’insensatezza, resta il tarlo: c’è qualcosa che possiamo fare?

Da che parte stiamo?

 

 

Forse dovrei cominciare a mettere la crema per le mani. O a non usare sempre e solo la stilografica. O a non mangiarmi le pelliccine. _Lo scrivo, così magari mi vergogno e mi rimetto in riga :)_ al quadrato.

 

Il pezzo del giorno.

Come on love
Give me a sign
‘Cause I’ve been waiting in the darkness for your everlasting light
Come on love
Tell me a lie
It’s been a long fucking year
That I can’t wait to leave behind

Once we were punk.

Ora ci piace anche il folk: sarà la vecchiaia.

 

 

*** Tutte le foto sono di M, che è molto bravo e paziente. Per questo e molto altro, grazie. ***

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